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lesbo

Halloween party


di Sleepy699
02.11.2025    |    2.007    |    1 8.8
"» Mi lanciò uno sguardo veloce, più diretto, poi aggiunse con finta innocenza: «Ti tolgo io il resto?» «Va bene, » dissi..."
Avevo perso di vista la mia amica, forse si era appartata con qualcuno. Mi ero appena liberata di un tizio travestito da vampiro che ci provava con me. Avevo caldo e mi tremavano le gambe. Forse avevo bevuto troppo in fretta. Forse avevo mangiato poco. Forse avevo voluto esagerare. La festa di Halloween è anche questo, no? Travestirsi per poter apparire sopra le righe. Troppo sexy, troppo truccata. Il rossetto scuro, gli occhi allungati dal kajal. I capelli neri lasciati sciolti.
Volevo apparire come una strega sexy, con le labbra dipinte di nero è un paio di vistose ciglia finte su una base bianca, eterea, una bambola gotica pesantemente truccata! Il bustino mi stringeva facendo sul seno un effetto push up, la gonna troppo corta mostrava le calze a rete strappate. Le unghie erano smaltate di nero, lunghe quanto basta per interpretare il personaggio.
Ai piedi stivaletti con tacchi troppo alti e che mi facevano ondeggiare, dato il mio equilibrio incerto. Tanto che avrei voluto togliermeli.
E quando mi girai verso il bancone del bar, per prendere “forse l’ultimo” cocktail la stanza girò un po’ più veloce del previsto.
«Ehi, tesoro, attenta.»
Sentii una mano appoggiata sulla schiena, tra le scapole.
«Stai bene? Hai un’aria un po’ persa.»
Mi voltai.
Era alta, sexy, indossava una tuta nera in finta pelle lucida che le avvolgeva il corpo come se fosse stata cucita direttamente su di lei. Ogni curva era esaltata con precisione. Il seno pieno, ben sostenuto, il punto vita stretto, le gambe lunghe, forti, che terminavano in stivali alti, con tacco affilato.
Provai a ridere. «Sto bene, solo un po’ la testa, mi gira. È il gin. E forse il rum. O forse tutto quello che ho bevuto.»
“Sei pallida in viso”
“Eh, sì, ma e’ voluto, il trucco”.
Poi un altro piccolo giramento. Mi aggrappai al suo braccio.
“In effetti mi sa che ho esagerato con l’alcool.»
Mi prese per un braccio, con delicatezza.
«Vieni con me. C’è un bagno di là. È più tranquillo. Così ti rinfreschi.»
“No, tranquilla, non disturbarti”
«Smettila. Non disturbi. Andiamo.»
Non mi lasciò scelta. Ma lo fece senza invadenza. Solo con fermezza.
Mi guidò tra la gente, mano sulla mia schiena ma con una sicurezza che mi dava sollievo.
Il suo corpo vicino al mio era solido, morbido, profumato.
Entrammo nel bagno. Uno piccolo, con la luce gialla e lo specchio appannato.
Lei chiuse la porta e mi fece appoggiare al lavandino.
Prese un fazzoletto, lo bagnò, mi prese il viso tra le mani e mi tamponò la fronte, poi le tempie.
«Meglio?»Annuii. Lei sorrise. E disse sottovoce:
«Sai, vestita così sei proprio pericolosa.»
Sorrisi, ma a metà. Ero ancora stordita, ma anche scossa.
Il suo dito mi sfiorò l’angolo della bocca.
«Posso rimanere ancora qualche minuto? Solo per controllare che non svenga la strega più bella della festa.»
Sentii salire all’improvviso la nausea che mi stringeva lo stomaco in una morsa improvvisa. Un minuto prima ero ancora lì, a reggere il gioco, il trucco, i tacchi, il costume da strega. Poco dopo, ero piegata in ginocchio davanti alla tazza, il bustino che mi stringeva troppo, le mani che tremavano mentre il corpo si contraeva, lo stomaco si svuotava a scatti, con tutta la violenza di conati che non riuscivo a trattenere.
Il trucco pesante ormai mi colava sul viso. Avevo le lacrime agli occhi e la gola che bruciava. Mi vergognavo.
Ma lei rimaneva lì. Mi teneva i capelli raccolti e una mano sulla fronte.
“Dai, non è niente, tra poco ti sentirai meglio”
Quando i conati si esaurirono, rimasi lì’ abbracciata alla tazza. Con le braccia molli, la nausea che andava e veniva.
Mi sentivo ridicola, travestita da qualcosa che non riuscivo più a fingere di essere.
«Ehi, Va meglio?»
Riuscii ad annuire appena.
Mi porse della carta igienica. Mi pulii la bocca, senza guardarla.
«Ti porto a casa.»
.«No grazie, non serve, ora sto meglio…»
«Non te lo sto chiedendo. Ti sto dicendo che lo faccio.» Restai in silenzio.
E anche se avevo il trucco sfatto, il rimmel che colava, lei mi guardava come se fossi ancora bella.
Mi accompagno’ fuori dal bagno tenendomi stretta.
«Vieni. Ti metto in macchina.»
E io, senza più forze per fingere di saper dire di no, la seguii.
Non sapevo chi era. Non ero sicura di cosa volesse da me. Ma in quel momento ero contenta di averla incontrata.
Entrate nel suo appartamento, la porta si chiuse alle nostre spalle con un tonfo sordo.
Mi fermai lì, nell’ ingresso. Lei si voltò a guardarmi e sorrise.
«Ti reggi ancora in piedi? O ti porto in braccio tipo film romantico?»
La sua voce aveva un tono ironico.
Mi fece sorridere, anche se ero stanca.
«I tacchi stanno uccidendo i miei poveri piedi,» dissi.
Mi sfilai uno stivaletto, poi l’altro, lasciandoli cadere con sollievo sul pavimento.
«Dio, così sto molto meglio.»
«Sì, meglio, sei ancora più sexy scalza.»
Mi lanciò uno sguardo veloce, più diretto, poi aggiunse con finta innocenza:
«Ti tolgo io il resto?»
«Va bene,» dissi.
La voce mi uscì incerta. Ma non avevo voglia di dire no. Si avvicinò.
Le sue dita arrivarono alla mia schiena. Le sentii cercare la zip del bustino.
«Permesso…» disse con un sorriso, e cominciò ad abbassarla piano.
Mi attraversò un brivido mentre mi apriva il bustino esponendo il mio seno. Mi rimase solo la gonna.
Lei mi fece voltare verso di sé.
Le sue mani si posarono sui miei fianchi.
«Serve una mano anche qui?»
Feci solo un mezzo cenno con la testa.
Le sue dita si infilarono nella vita della gonna, lente, sicure.
Me la sfilò giù, senza fretta, facendo seguire anche gli slip.
Mi ritrovai lì, in piedi, solo con le calze a rete addosso, il trucco sfatto, i capelli disfatti, il cuore che batteva troppo forte.
«Ora sì che sei decisamente sexy.»
«Togli qualcosa anche tu…» dissi quasi a mezza voce, senza pensarci troppo. Lei sorrise.
«Oh? Ora dai ordini? Mi piace.»
La sua tuta attillata, nera, lucida, in finta pelle, un perfetto cosplay di Catwoman. Sembrava fatta su misura sul suo corpo.
Disegnava ogni curva con precisione chirurgica. Le spalle larghe. Il punto vita sottile. I fianchi pieni.
Il sedere alto, tondo, fasciato dal materiale lucido che rifletteva la luce in linee curve.
Tirò la zip sul davanti. Con un gesto lento, calcolato.
La chiusura si aprì centimetro dopo centimetro, scoprendo prima le clavicole poi i seni.
Tondi, sodi, rifatti. Bellissimi e sfrontati, come i capezzoli scuri e appuntiti.
Li lasciò uscire con un piccolo movimento di spalle, con grazia.
Mi guardò da sopra la zip aperta, i seni esposti, il corpo ancora in gran parte stretto nella tuta.
«Così ti piace?» Mi si avvicinò.
«puoi toccare.» Appoggiò le mani sui miei fianchi.
Poi prese le mie e le guidò sui suoi seni nudi.
«Non devi chiedere.» Li presi nelle mani come se volessi modellarli, capire di che pasta fossero fatti, premendo piano, poi più forte, accarezzando i lati con i pollici. Lei non disse nulla.
Si limitava a guardarmi con l’aria di una che sa l’effetto che fanno.
«Ti piacciono?» Disse quasi divertita.
«Sì…» Mi morsi il labbro prima di dirle «Togliti tutto.»
Sentivo la pelle scaldarsi, la mente perdersi. L’umidità cresceva tra le mie gambe, in contrasto con il bruciore sulla pelle.
Ma non volevo che finisse.
Il mio corpo era un altare di carne offerto al suo desiderio.
La frusta cadeva sulla mia pelle con intensità crescente. I colpi si facevano più secchi. Le sue mani erano sicure, esperte. Non servivano le parole. Il silenzio era interrotto dal suono della pelle che veniva colpita e il mio respiro che diventava gemito, poi lamento, poi un grido.
E lei non si fermava.
“Non lasciarmi segni, ti prego!” la imploravo.
Le mie natiche erano in fiamme i miei piedi era come se avessero decine di minuscoli aghi conficcati.
Sentivo le lacrime agli occhi, nascoste dalla benda.
Anche nel dolore, anche nelle lacrime volevo piacerle.
«Sei bellissima, lo sai vero?,» sussurrò dietro di me, baciandomi il collo, prima di un colpo deciso che mi fece urlare davvero.
Non sapevo più dove finiva il dolore e dove iniziava il piacere.
Sentivo solo che il corpo non ce la faceva più.
“Ti prego, basta!!” La implorai quasi piangendo.
E lei si fermò.
Le sue mani mi presero le braccia, sciolsero i nodi con delicatezza. La benda cadde. La stanza tornò a esistere. Ma era come guardarla da sott’acqua. Il mio corpo collassò tra le sue braccia, esausto, tremante. Le lacrime scesero lente. Una resa totale.
Lei non disse nulla. Si sdraiò accanto a me, nuda come me e mi strinse a sé.
La sua mano passò tra i miei capelli, sulla fronte bagnata di sudore e lacrime, e poi giù, accarezzandomi il fondoschiena con una delicatezza che mi fece piangere ancora più forte.
«tranquilla ora, sei qui con me, sei stata incredibile,» sussurrò.
E io, tremando, col viso premuto contro le sue tette rifatte, sentii qualcosa di profondo sciogliersi dentro. Una parte di me che non avevo mai mostrato a nessuno. E lei lo sapeva.
Continuò ad accarezzarmi finché non smisi di piangere. Il suo respiro era lento, regolare e mi rassicurava. Il suo corpo caldo contro il mio mi tranquillizzava. Le sue mani, che fino a poco fa mi avevano punito, ora erano morbide e protettive. Non c’era più dolore. Solo il dolce sapore della sottomissione.
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